Breve storia di Martina

 
 

a natura accidentata e la fitta vegetazione  boscosa non hanno impedito, come testimoniano numerosi rinvenimenti, frequentazioni umane del territorio fin dal Paleolitico. I cacciatori in questa prima fase dell'età della pietra trovarono sicuro rifugio nelle grotte del gradone murgiano come la grotta di Orimini o di Pilano.
Agricoltori del neolitico e pastori dell'età del bronzo frequentarono le località di Reinzano, Monte Fellone, Piazza dei Lupi. A masseria Reinzano alla fine dell'ottocento furono rinvenuti oggetti in bronzo del decimo secolo a.c. che sono oggi conservati nel museo Pigorini di Roma. A partire dal quinto secolo a.c. si svilupparono nell'agro martinese diversi casali, cioè insediamenti umani di cui però, a causa delle profonde trasformazioni agrarie degli ultimi due secoli, si conservano poche tracce. I resti degli abitati o delle tombe di Monte del Forno, Guarini o Motolese furono, per esempio, riutilizzati nelle nuove costruzioni o ammucchiati nelle specchie. Questi centri nacquero in aree fertili o intorno a importanti vie di comunicazione in un'area controllata da messapi e tarantini prima e dai romani poi.
Con la caduta dell'impero romano il forte arretramento dell'economia e la minore sicurezza sul territorio contribuirono all'abbandono della maggior parte di questi insediamenti a favore di pochi altri o dei centri maggiori.
Abitato fin dall'antichità fu probabilmente anche il colle su cui oggi sorge la città di Martina e che fu certamente un nodo viario di grande importanza. Qui si incrociavano infatti la più breve via tra Taranto ed Egnazia da un lato e la via istmica tra il centro pauceta di Monte Sannace e quelli messapici di Ceglie e Oria dall'altro. E' testimoniato in questa zona, per esempio, il rinvenimento alla fine del 1600 di una tomba pagana. Si racconta inoltre che l'imperatore Constante nel 622 approdato a Taranto per scacciare i Longobardi mandò a chiamare un eremita da quella che oggi è la grotta di San Michele alla periferia della città. E proprio longobardo la tradizione, oltre a una certa toponomastica, vuole che fosse uno dei quattro abitati che furono uniti a formare la città odierna. All'anno 800 (ai tempi dell'imperatore Niceforo) si fa risalire un altro casale di origine bizantina. Inoltre i tarantini certamente si rifugiarono e abitarono sul colle di San Martino per sfuggire all'invasione saracena del 927 che comportò la totale distruzione di Taranto. In un atto del 1260 (sono gli anni di Manfredi di Svevia, figlio di Federico II e principe di Taranto) si attesta l'esistenza di un castrum Martinae,cioè di una struttura fortificata anche se forse in decadenza. La rifondazione di Martina avviene negli ultimi anni del XIII secolo per volere del potente principe di Taranto Filippo I D'Angiò, fratello del re Roberto, che volle con la costruzione di un ampio centro fortificato rendere più sicure le terre tra Monopoli e Taranto, cioè tra le più importanti vie d'accesso ai sui domini e ove tra l'altro si recava spesso per cacciare. Furono così cinti con larghe mura, 24 torri, 4 porte e un fossato antemurale i quattro casali di Montedoro, S. Martino, S. Teresa e S. Pietro che unificati erano capaci di ospitare 18000 persone. Una serie di "privilegi" come il possesso delle terre entro 2 miglia (1317), che riconosceva proprietari tutti coloro che ne avessero coltivato un appezzamento, e l'esenzione dal pagamento di alcuni tributi, attirarono dai vicini villaggi di campagna ma anche addirittura da altre regioni un gran numero di uomini che riempirono in poco tempo la nuova città fortificata. Con un privilegio dell'aprile 1359 il principe di Taranto Roberto D'Angiò concesse ai martinesi e al loro feudatario Pietro del Tocco un vastissimo territorio ritagliato dalle città di Ostuni, Monopoli e Taranto su cui governava e comprendente oltre all'attuale territorio comunale anche gli attuali agri di Alberobello, Cisternino, Locorotondo e una parte di quello di Ostuni. Questa notevole estensione territoriale (45000 ettari) fu concessa "uti universi", con vincolo demaniale inalienabile. Le ampie immunità rispetto al diritto feudale concesse dal principe Roberto e poi ampliate dalla regina Giovanna e da Filippo II contribuirono a definire Franca la città di Martina, in quanto franca da oneri fiscali. Fra Trecento e Quattrocento Martina, che si segnala per un poderoso incremento demografico, segue le tormentate vicende dinastiche del Regno di Napoli passando dai Tocco agli Orsini del Balzo, dai Coppola agli Acquaviva d'Aragona. Il 3 gennaio 1507 Martina viene infeudata, come ducato, a Petracone Caracciolo del Leone, già conte di Buccino e di Caggiano. Nel 1589 i Caracciolo trasferiscono la loro residenza a Martina e rafforzano il loro potere con l'acquisto delle baronie di Locorotondo e Mottola prima e Palagiano, Castellaneta, San Basilio, Brienza, Cosentino e Guglianello dopo. Per questo i Caracciolo poterono vantarsi ad un certo punto di viaggiare da Martina alla capitale Napoli senza mai abbandonare i propri territori.
L'ottavo duca di Martina Petracone V, uomo d'armi e sensibile cultore dell'arte, fece costruire nel 1668 il palazzo ducale, uno dei più grandiosi edifici del meridione, realizzato sulle rovine di un castello angioino rielaborando un disegno del Bernini. Il palazzo che conserva al suo interno un maestoso ciclo pittorico rappresentativo della cultura arcadica della Martina settecentesca, fu in parte completato dal figlio Francesco II.
Durante il ducato di quest'ultimo, l'università (amministrazione del comune) di Martina, affidata già dal 1478 a un nucleo di esponenti di quella borghesia agraria nata e sviluppatasi soprattutto con l'usurpazione delle terre demaniali, giunse a chiedere al sovrano la non ingerenza del duca nella amministrazione della città. Questa azione rivendicativa permise ad una stretta oligarchia di strappare al duca il governo dell'università. Si arrivò ad una lotta aperta tra la fazione ducale, i zelanti, che rivendicava il rispetto dei diritti feudali e la restituzione al popolo delle terre demaniali occupate ormai quasi totalmente, e quella detta universalista che lottava contro la pressione tributaria e daziaria duramente esercitata dai duchi. Queste due fazioni, espressione delle famiglie più facoltose, in nome dei diritti del popolo difendevano in realtà i loro forti privilegi. La società martinese era ormai divisa in due: da una parte un gruppo di famiglie capace di estendere i loro possedimenti ben oltre il pur ampio territorio comunale e che edificava eleganti palazzi copiando gli stili e i modi dell'arte leccese e soffocando spesso chiese e pubbliche piazze; dall'altra parte una umanità che viveva in condizioni igieniche spaventose, mal nutrita e falcidiata periodicamente da epidemie.
Nel 1746 fu eretta la basilica di San Martino sull'area di una preesistente chiesa romanica, di cui resta la superba torre campanaria. La chiesa, con la sua facciata di matrice chiaramente borrominiana è alta 42 metri e rappresenta la massima espressione del barocco martinese. Al suo interno, tra splendidi altari, cappelle e marmi policromi sono conservate le statue argentee di San Martino e Santa Comasia, protettori della città.
I Caracciolo tennero Martina fino all'eversione della feudalità nel 1806, ma la dinastia si estinse pochi anni dopo con la morte nel 1827 del giovane Petracone VIII la cui sorella Argentina sposò il duca Riccardo de Sangro. Gli anni successivi furono caratterizzati per il ceto economicamente progredito dall'affermarsi di idee liberali e di lotta al feudalesimo dei Borboni e dei Caracciolo, avendo già da questi ultimi ereditato il governo della città. Fiorirono così a Martina eroi come Giuseppe Fanelli, che con Pisacane preparò l'impresa di Sapri o Gaetano Grassi che affrontò il carcere per la causa dell'unità d'Italia. Ma questi furono anche gli anni del brigantaggio attribuito dalla giunta municipale di Martina nel 1863 allo scontento e alla miseria del popolo. I fitti boschi dell'agro offrirono rifugio a bande di disperati che terrorizzarono abitanti e viaggiatori con furti e omicidi.
Nel secondo dopoguerra l'economia della città si basava ancora sulla viticoltura, l'industria lattiero-casearia e su una nascente industria tessile. L'industrializzazione favorita dallo stato nella vicina Taranto ha comportato però ben presto un progressivo abbandono della campagna, per cui l'agricoltura ha perso del tutto la sfida con la modernizzazione. Ma di fronte alla progressiva crisi dei grandi agglomerati industriali, la città ha conservato un distretto legato all'industria dell'abbigliamento che può contare su quasi 200 piccole aziende o imprese a conduzione familiare che direttamente o attraverso l'indotto assicurano 5000 posti di lavoro. Importante è anche l'affermarsi di un turismo specializzato e legato alle bellezze naturalistiche dell'agro, al raffinato rococò delle chiese e dei palazzi nonché a alcune importanti manifestazioni culturali: l'annuale Festival della Valle d'Itria, membro dell'Association Europeenne des Festival des Musique, ha come obiettivo la riscoperta e la rivalutazione operistica dello stile belcantistico del Sette-Ottocento.

Nico  


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