Viaggiatori nella Martina antica

 
 

ei secoli scorsi l'isolamento dei paesi che facevano parte del regno di Napoli era qualcosa che colpiva tutti i viaggiatori provenienti dal nord Europa.

Lo stato precario delle vie di comunicazione, la presenza di delinquenti che depredavano i viandanti e l'arretratezza del commercio rendevano i contatti tra le varie parti del regno, spesso anche se distanti tra di loro pochi chilometri, molto difficili.

In questo contesto Martina non solo non faceva eccezione, ma anzi, le caratteristiche del territorio, impervio e all'epoca in gran parte occupato da boschi, insieme alla lontananza dai tradizionali tragitti "sicuri" peggioravano ancora di piu' la situazione.
Delle quattro strade principali che collegavano Martina alle altre parti del regno, la strada per Taranto a sud, quella per Massafra ad ovest, per Francavilla ad est e per Bari a nord, solo quest'ultima garantiva un minimo di sicurezza.
Il viaggiatore che per qualsiasi motivo si avventurava da queste parti, giunto a Martina, era molto sorpreso quando scopriva che, protetto da una natura selvaggia e ostile, c'era un posto molto diverso da quello che si aspettava.
La prima cosa che lo colpiva era la bellezza della campagna martinese.

Il suo aspetto gentile con tutte quelle strane casette imbiancate che punteggiavano un paesaggio ondulato, i viottoli che sembravano tracciati dal pennello di un artista e i colori vivi delle varie coltivazioni, contrastavano nettamente con la natura aspra dei luoghi che erano stati attraversati per giungere fin la'.
Particolarmente suggestiva era la Valle d'Itria che con la sua distesa concava raccordava lontane colline, sulle cui cime erano adagiati paesini bianchi.
Tutta disseminata di trulli, macchiata dalle pennellate verdi degli alberi sparsi qua e la', sembrava l'illustrazione di un libro di favole.
Non si aspettava nemmeno il viaggiatore di trovare in quella posizione cosi' defilata, una citta' tanto popolosa.
Martina sul finire del Settecento contava quasi 15.000 abitanti, tantissimi per l'epoca se si considera che Bari ne aveva 20.000, Taranto 18.000 e Brindisi addirittura appena 5.000.
Il paese che dall'alto guardava l'intera valle era tutto racchiuso nelle vecchie mura.
Gli edifici, sorti a caso uno dopo l'altro riempendo tutti gli spazi ancora esistenti, avevano creato geometrie contorte.

Le strette strade, che di giorno brulicavano di gente, erano delimitate da pareti spesse di tufo imbiancate che davano ai cittadini un senso di protezione e di calore.
Tra gli ammassi disordinati delle costruzioni popolari soltanto la collegiata di S.Martino e l'imponente Palazzo Ducale si distinguevano per autorevolezza.


(palazzo ducale)

Quest'ultimo era sorto nel posto dove una volta si ergeva il vecchio castello degli Orsini, che demolito nel 1668, lasciava di se' solo il ricordo tra la gente e un'unica testimonianza in un dipinto di Nicola Gliri.
La citta' non era attrezzata per accogliere i forestieri.
C'era un'unica locanda e per giunta poco accogliente.
L'unico modo per assicurarsi un soggiorno gradevole era quello di premunirsi di una lettera di raccomandazione che garantiva l'ospitalita' di una delle tante famiglie agiate martinesi.
Una delle cose che piu' sorprendeva chi veniva da fuori era proprio l'accoglienza di questa gente: "abitualmente i forestieri che giungono in questi paesi vengono con il preconcetto di trovarci gli abitanti inospitali ed incivili, per cui maggiore e' la loro sorpresa imbattendosi in una sincera e cordiale ospitalita'", confermava Salis De Marschlins, mentre c'era anche chi descriveva cosi' Martina:"i suoi abitanti porgonsi ornati di soavi modi e di cortese ospitalita' ai forastieri".
Merita anche di essere citato il consiglio che dava il marchese Giuseppe Ceva Grimaldi dopo un breve soggiorno nella nostra citta':"chiunque viaggi nella provincia di Otranto dia una corsa a Martina nella estate:egli trovera' fresco e bello stare, frequenti danze, squisiti sorbetti, purissime brigate, amabili e cortesi donne che cantano la buona musica e ballano la pizzica".

I tanto rinomati sorbetti martinesi di cui parlava il Ceva Grimaldi si ricavavano dalla neve, raccolta d'inverno e conservata nelle nevaie, con l'aggiunta di limone o di menta, rosolio o anche vino cotto.
Venivano spesso offerti agli ospiti e che delizia era per i forestieri, in un'assolata giornata estiva, gustare un buon sorbetto al riparo dal sole, chiacchierando amabilmente con chi li ospitava!
Tra i viaggiatori illustri che apprezzarono l'ospitalita' dei martinesi merita certamente menzione il generale inglese Church.
Nel 1871 egli era dalle nostre parti con la sua truppa con la missione di catturare i briganti che si nascondevano nella zona.


(briganti)

Era solo di passaggio e quindi non aveva intenzione di trattenersi a lungo.
Ad ospitare lui e i suoi soldati fu il gentiluomo martinese don Martino Recupero che organizzo' per l'occasione un sontuoso banchetto.
Ampie sale furono illuminata da tante candele, i tavoli caricati di ogni genere di prelibatezze e furono invitati tutti i cittadini piu' illustri.
L'inglese sembrava gradire molto la festa e, sebbene non partecipasse alle danze che erano state organizzate in suo onore, si divertiva ad osservare le danzatrici e si muoveva svelto da una parte all'altra della sala per conversare con le signore presenti.
Aveva infatti, come gli capito' di dichiarare, un debole per le donne martinesi.
La piacevolezza del soggiorno indusse il generale a trattenersi piu' a lungo di quanto avesse previsto e solo dopo tre giorni con grande rammarico lascio' la citta', ma l'esperienza martinese resto' sempre tra i suoi piu' graditi ricordi.
Anche lui, dunque, come la maggior parte di quelli che capitavano a Martina non resistette al fascino della citta'.
A noi che invece non potremo mai incontrare quella gente cosi' genuina, apprezzare la bellezza di quei paesaggi, respirare quell'aria "esquisita", perche' sono tutte cose ormai andate perdute, non resta che guardare quello che quei tempi ci hanno lasciato in eredita' ed essere viaggiatori anche noi nella Martina antica, ma solo con l'immaginazione.

Giuseppe Di Santo


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