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ALBEROBELLO
L'origine dei trulli
L'economia
Cattivi governi
L'indipendenza
Sebbene di origini non molto remote, la città conserva il singolare aspetto di un grosso villaggio attestato ai primordi della storia: una vasta distesa di "trulli" molto simili, nella forma, ai "tukul" africani, che danno corpo a un paesaggio estemporaneo, unico al mondo per la sua suggestiva rustica bellezza, cui fa da cornice una natura semplice e pur tanto generosa.
Le
sue origini
sono legate agli umili contadini di Conversano che per primi si insediarono nella "Sylva arboris belli" (come era chiamata la zona boschiva infeudata ai Conti Acquaviva di Conversano) per bonificare la vasta distesa di terreno promettente abbondanti raccolti.
In un primo tempo essi trovarono rifugio in rudimentali capanne tronco-coniche costruite, a modo di pagliai, con materiale boschivo.
Successivamente, nel 1550, furono autorizzati dal feudatario a costruire abitazioni in pietra, con divieto assoluto di usare calce e malta in maniera che le abitazioni stesse potessero essere demolite rapidamente in caso di insolvenza.
La storia locale, riferita a quell'epoca, registra un periodo "nero" (1620-1649) a causa degli
arbitrii e dei soprusi
compiuti dal Conte Gian Girolamo II Acquaviva, detto "il Guercio di Puglia", che, a causa dei suoi folli crimini, finì con l'essere esiliato in Spagna ove morì nel 1665.
La reggenza del feudo fu affidata al Conte Cosmo, figlio di Gian Girolamo, al quale non toccò fine migliore di quella avuta dal padre.
Seguendo fedelmente la linea di condotta paterne, egli prese ad infierire sui poveri villici con sistemi inumani finché, sfidato a duello dal Duca Petracone di Martina Franca per contrasti di confini, non fu ammazzato in malo modo.
Le vicende storiche e politiche che seguirono non mutarono affatto il regime di oppressione in cui gli abitanti di Alberobello erano costretti a vivere.
Tale stato di cose, però, finì col fare lievitare negli animi un forte
anelito di libertà
.
Fu così che, in tutto segreto, si organizzò una deputazione composta di sette elementi nelle persone di don Francesco Sgobba, don Nicola Tinelli, dei dottori Vito Fasano, Martino Lippolis, Francesco Martellotta, Giacomo Pezzolla e del signor Ottavio Ciaccia.
Essa si presentò al Re Ferdinando IV di Borbone, che era in visita a Taranto, e il 27 maggio 1797 ottenne il regio decreto col quale si riconosceva Alberobello Comune indipendente.
In quello stesso anno fu costruita la prima casa a calce su cui ancora oggi fa spicco una lapide commemorativa con la scritta "EX AUCTORITATE REGIA - HOC PRIMUM - A. D. 1797", e cioè "questa è la prima casa costruita a calce per deliberazione regia nell'anno del Signore 1797".
Divenuto Comune autonomo, il paese ha fatto presto ad organizzarsi in tutti i settori ed a guadagnare il terreno perduto.
La parte nuova ha assunto caratteristiche tipicamente moderne con larga dotazione di servizi.
La parte vecchia, invece, forma la ormai famosa "ZONA MONUMENTALE".
Essa conserva l'impronta originaria: un insieme di circa 1100 trulli che per interesse storico, sociale, etnico e turistico, costituiscono la maggiore attrattiva della Puglia.
La
popolazione è dedita
, per gran parte, all'agricoltura che produce vini, olio, legumi, frutta e frumento.
Molto avanzata è anche la piccola industria, specie nel settore vinicolo e oleario.
Apprezzato nel settore edilizio un tipico marmo alabastrino che viene estratto dalle cave esistenti nel vicino Monte Carello.
Le attività artigianali hanno raggiunto in questi ultimi tempi un livello molto elevato per la varietà delle produzioni ricche di contenuto artistico: lavori in ferro battuto; confezioni di stoffe e tappeti; fabbricazione di oggetti in ceramica, in terracotta e in rame costituiscono i principali prodotti di una industre popolazione che ha finalmente scoperto se stessa.
La maggiore risorsa economica di Alberobello, però, è costituita dal turismo di transito e stagionale che convoglia annualmente nella città centinaia di migliaia di visitatori, desiderosi di ammirare il fiabesco paesaggio scaturito, come per incanto, dalle diurne amarezze di quanti, in tempi andati, ebbero la ventura di insediarsi su quella terra per dissodarla col colore e irrorarla di lacrime.